L’ars philosophandi di Marina Abramovic

Marina Abramovic

“si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima”

Nel Novecento i rapporti tra arte e filosofia si sono fatti intensi e trovare una linea di demarcazione capace di dividerli diventa davvero impossibile. Questo processo di fusione inizia con la coniazione del termine filosofia dell’arte: siamo nell’800 ed è grazie ad Hegel che ora distinguiamo l’estetica dalla filosofia dell’arte.

Nelle sue lezioni di Estetica il filosofo tedesco si dedica al vasto concetto

di bello, all’arte in generale e, in particolare, all’arte bella (una Kalokagathia indirizzata interamente alla produzione artistica).

Filosofia e arte

La filosofia dell’arte non nasce dall’imitazione della natura, anzi, non è affatto un’imitazione. Essa è una creazione, una forza vivificatrice partorita direttamente dalla mente e dalle mani dell’artista. Cosa fa la filosofia in tutto questo? Qual è il suo ruolo? Non è giudice, non è imputato; è semplicemente guida ragionata verso le strutture della mente dell’artista per aiutarci a trovare un ponte tra l’opera d’arte e chi l’ha partorita

Per meglio comprendere lo sposalizio tra arte e filosofia entriamo nel vivo e parliamo di una delle artiste contemporanee più discusse, colei che si definisce la “nonna” della performance art: Marina Abramovic.

Chi è Marina Abramovic

Nata a Belgrado classe 1946, si forma all’accademia di belle arti della sua città. Nel 1976 lascia la Jugoslavia e si trasferisce ad Amsterdam, città che le regalerà l’incontro con Ulay, artista tedesco, con il quale inizierà una lunga collaborazione. Il suo viaggio termina a New York, città dove tuttora risiede.

La Abramovic sfida i limiti della mente umana, creando opere d’arte in cui ella stessa è la protagonista, opere d’arte estemporanee in cui il pubblico può interagire direttamente con la prestazione artistica che diventa sforzo fisico, vera  e propria prestazione. Una delle più incredibili performance fu Rythm O, realizzata nel 1974 a Napoli. In questa occasione l’artista, in piedi in una stanza piena di oggetti (coltelli, forbici, piume, corde e una pistola), confidò ai suoi spettatori che sarebbe rimasta immobile per sei ore lasciandoli liberi di fare ciò che volevano del suo corpo.

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inventario di accessori legati alla performance

Dopo un inizio pacifico e quasi paralizzante, il pubblico iniziò ad accanirsi sul suo corpo, a tagliuzzarle i vestiti e ci fu addirittura chi le puntò contro la pistola. Alcuni di loro intervennero per bloccare quella violenza ingiustificata e placarono quella che sarebbe potuta sfociare in una rissa.

Marina Abramovic non era spaventata, al contrario, era felice: l’opera d’arte si era realizzata. Quello che voleva dimostrare è che l’essere umano cela nel suo io più profondo una sorta di sadismo represso. Nonostante questa violenza senza senso, c’era stato qualcuno però che aveva provato a ristabilire l’ordine e la tranquillità. Parole chiave di questa performance: violenza gratuita e speranza.

“si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima”.

George Bernard Shaw

L’arte in questo caso è stata in grado di determinare le azioni e il loro impatto sul mondo. La prestazione non è un’esperienza rilassante, al contrario essa è un fiume in piena che ci travolge, tira fuori i nostri istinti più reconditi e suscita in noi terribile meraviglia. L’arte ha sposato la filosofia: un matrimonio sofferto, in cui lo sposo e la sposa lottano costantemente tra di loro per comprendersi, ma non possono fare a meno di stare insieme.

Chi è l’artista?

L’artista è colui che li unisce in matrimonio e li getta nel mondo per mezzo del suo talento. Come disse G.B. Shaw “si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima”.

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